La libertà di un “bambino vero”
Negli ultimi mesi le cronache e l’attualità hanno prepotentemente rimesso al centro del dibattito e dell’informazione il tema della libertà.
Le rivendicazioni di popoli, le piazze di protesta e le denunce di nuove forme di persecuzione, schiavitù, violenza ed oppressione hanno riempito i notiziari, i social e l’indignazione di molti.
Siamo, paradossalmente, la società che parla più di libertà, indipendenza ed autonomia, affermandola come un valore, innanzitutto, individuale, ma che sembra ne senta di più la mancanza, fatichi più di altre epoche a viverla in modo pieno e ad intenderne il senso e le sue reali caratteristiche.
Ne sentiamo parlare quasi sempre al negativo come mancanza: abbiamo bisogno di
Libertà da una guerra che non finisce
Libertà da algoritmi che decidono al posto nostro
Libertà da parole che fanno paura e da confini che si richiudono e diventano nuovi muri
Libertà da poteri che schiacciano, sfruttano e sanno annientare
Ma la libertà, se resta solo una sottrazione degli ostacoli, è fragile, perché togliere catene è necessario, ma non basta, se non c’è una meta una direzione, una destinazione e un destino verso cui camminare.
In Moby Dick di Melville, il protagonista capitano Achab afferma con forza la propria volontà, si sente padrone di sé stesso, del mare e dell’equipaggio, decide ogni cosa contro tutto e tutti e, giustificando ogni azione come necessaria, afferma la propria personalità e potenza, che ha un unico obiettivo: uccidere la balena bianca. Achab è, in realtà, prigioniero della sua ossessione, tutt’altro che libero, schiavo della sua volontà.
Anche noi, oggi, ci muoviamo moltissimo negli oceani in cui siamo immersi, nel tentativo di dominarli – scrolliamo, reagiamo, commentiamo – ma senza chiederci per che cosa stiamo usando la nostra libertà. E forse è questo il nodo del nostro presente: interrogarsi e scoprire la libertà non come solitario diritto ed assoluta indipendenza, ma come capacità di scegliere ed intessere legami, non come affermazione di sé, ma come capacità relazionale di rischiare e condividere.
Nel libro intitolato “Il meraviglioso rischio dell’educazione”, il pedagogista Gert Biesta spiega che l’educazione e la scuola corrono il rischio di cadere nelle maglie del paradigma dello shopping, la logica dell’acquisto, che domina il nostro tempo e che attraversa l’economia, la politica e persino le ideologie sull’ambiente.
“Abbiamo bisogno di un posto, nella nostra società, nelle nostre vite, dove incontrare le domande difficili e le cose che non avremmo mai cercato, le cose che non sapevamo avremmo potuto cercare: questo, secondo me, è il motivo per cui abbiamo ancora bisogno della scuola come luogo, dove si rallenta, dove si utilizza una logica differente da quella che domina nella società. Abbiamo bisogno di un luogo dove fare pratica della crescita. Dove, come diceva Samuel Beckett, “possiamo provare, fallire, riprovare, e fallire meglio”.
La storia di Pinocchio lo racconta da sempre in modo semplice: proprio quando il burattino smette di scappare dalle regole, sceglie di entrare in un legame e prendersi cura di qualcuno, diventa finalmente “un bambino vero”, un uomo vero. Non quando è libero da tutto, ma quando è libero in relazione e per qualcuno.
La libertà si rivela essere non fare ciò che voglio, nè unicamente scegliere, ma decidere per che cosa vale la pena volerlo ed essere capaci di orientare la vita verso il Bene.
