10 Giu 2026

“Andare cominciando sempre”

Tra qualche giorno i corridoi si svuoteranno, un silenzio irreale rimbomberà nelle aule. Nei cortili, tendendo l’orecchio, forse si avvertirà ancora l’eco degli ultimi saluti.

La fine di un anno scolastico porta con sé una tentazione sottile: quella di pensare al tempo come a un cerchio chiuso. A giugno si chiude un ciclo per poi ritornare, più o meno identico, il prossimo settembre. La nostra società iperconnessa e performativa, che viviamo, ci frammenta il tempo, quasi si trattasse di un archivio digitale in cui si accatastano momenti separati.

Ma la vita non è così, non è una giostra che gira su sé stessa, nè è un accumulo indistinto di scarti.

La fine non è l’assenza di qualcosa, ma la rivelazione di un limite, di un confine, dove ognuno di noi può cominciare, non dove si chiude, ma dove si apre la mia possibilità, dove riconosco ciò che mi manca e ciò che io non sono ancora e quel che posso diventare.

Abitare il margine di questo anno, che si conclude, significa allora guardare nello specchio della nostra “mancanza”. Riconoscere ciò che non abbiamo ancora capito, ancora scoperto, ancora domandato, ma anche ammettere quello che abbiamo, ancora, nascosto, ripetuto, ignorato

Questo vuoto non è un fallimento, ma l’apparire sul nostro orizzonte di un paesaggio possibile e pensabile.

La reazione quindi non è né la vertigine davanti ad uno strapiombo della fine, nè la nostalgia per quel che ci lasciamo alle spalle e forse non tornerà, ma l’entusiasmo per i germi di promessa che in questo anno, tra impegni, difficoltà, esperienze più o meno faticose, sono stati seminati.

In un’intuizione folgorante Cesare Pavese, denunciando la prigione dell’abitudine e del consueto, annotava nel suo diario: “L’unica gioia al mondo è cominciare. È bello vivere perché vivere è cominciare, sempre, ad ogni istante”.

La fine dell’anno ci spoglia delle routine per restituirci la possibilità e grazia di un nuovo debutto.

Nei suoi Quattro quartetti T.S. Eliot scrive “Ciò che chiamiamo l’inizio è spesso la fine / E fare una fine è fare un inizio. / La fine è il punto da cui partiamo”. E, poco dopo, aggiunge che la fine del nostro viaggio e di tutta la nostra esplorazione sarà “arrivare là onde partimmo / E conoscere il luogo per la prima volta”: capire la nostra origine.

Ma questa gioia del principio, che non è un impulso passeggero, ma è costitutiva del nostro desiderio, come può germogliare?

Santa Teresa d’Avila, donna di instancabile intraprendenza, esortava i suoi a non considerarsi mai arrivati: “Noi cominciamo ora; e cerchiamo di andare cominciando sempre, di bene in meglio”.

Il tempo, vissuto così, allora, può aprirsi alla prospettiva dell’eternità.

Infatti solo se la nostra esistenza non si esaurisce e consuma nell’orizzonte biologico e materiale, ma è tesa verso un “oltre”, in una ricerca di significato e senso, ogni frammento di tempo guadagnato a scuola, ogni legame, ogni intuizione, ogni barlume di bellezza, ma anche ogni fatica, insuccesso e limite  può essere salvato, custodito, può aprirsi e fiorire.

Ecco l’augurio per questa estate: non viviamola come una sospensione o una pausa dal vivere, ma come il tempo della metamorfosi, della consapevolezza e della fecondità.

Abitiamo il margine. Accettiamo la sua sfida.  Sentiamo la gioia di ricominciare. Non stiamo fermi nè torniamo indietro: stiamo camminando, un passo alla volta, verso la nostra pienezza.

Buon inizio.